Il progetto si organizza attorno a tre parole - Pietra · Via · Acqua - che, in Valmalenco, non sono separabili. Sono tre tempi della stessa storia — tre modi di leggere lo stesso paesaggio.
Pietra — la sostanza del territorio. Non sfondo, non scenografia: soggetto. La roccia come testo da leggere: la coppella preistorica incisa su un masso erratico, la vena di serpentino nella parete della cava, la pioda sul tetto della casa, il masso levigato dal ghiacciaio per millenni. La pietra sa — porta in sé il tempo come nessun altro materiale.
Via — il segno del passaggio umano sulla pietra. Le vie carovaniere del Muretto esistevano in larga parte per portare quella pietra fuori dalla montagna: il commercio delle piode ha costruito quei sentieri, li ha battuti per secoli, poi li ha abbandonati. Chi fotografa le cave abbandonate e chi fotografa i sentieri dismessi fotografa la stessa storia da angolazioni diverse. La via è la memoria del movimento — e il suo silenzio attuale è già un'altra memoria.
Acqua — la forza che trasforma tutto. Il ghiacciaio ha formato la pietra per millenni levigandola, erodendola, spostandola, depositandola. Le morene sono pietra spostata dal ghiaccio. Il lago glaciale — formatosi dove c'era ghiaccio — è uno specchio posato sulla roccia che il ghiaccio ha lasciato scoperta. L'acqua è ciò che precede la pietra e ciò che viene dopo: il ciclo che contiene tutto.
Il progetto fotografico non dichiara questo asse — lo attraversa. Le immagini non illustrano i tre termini: li incarnano.